Un caffè con il capo di CancerCare, Patricia J. Goldsmith


Dopo 5 anni di collaborazione con CancerCare dall'altra parte del paese, abbiamo voluto incontrare il capo come si faceva una volta, di persona con una tazza di caffè in mano. Quindi siamo saliti in aereo e abbiamo incontrato Patricia J. Goldsmith a New York. La sua è una storia da non perdere.

Sei andata al college a Penn State per studiare giornalismo. Cosa ti ha ispirata a concentrarti su medicina e salute pubblica?

Un po' di cose. Al college avevo 19 anni e la mia unica sorella è morta di tumore al cervello a 22 anni. Quest'evento mi ha cambiato la vita, non solo perché ero ancora una ragazza, ma la mia famiglia in generale è rimasta molto scossa. Alcuni anni dopo ho preso una mappa e deciso di volermi trasferire a Tampa, in Florida. Conoscevo solo una persona in quella città ed è stata gentile tanto da presentarmi al vicepresidente del gruppo di medici accademici. Abbiamo pranzato insieme e ha detto "quindi cerchi lavoro. Non so cosa potrei farti fare e quanto potrei pagarti, ma vieni lunedì e ti troviamo un lavoro!" Ho cominciato dai piani bassi e mi sono sentita subito a casa. Medicina e salute sono diventate la mia passione. Adesso mi appassiona sapere che i pazienti ricevano le migliori informazioni, il miglior supporto e accesso alla sanità pubblica.

Quando hai sentito parlare per la prima volta di CancerCare e come sei entrata in contatto?

Ne ho sentito parlare dopo essermi trasferita di nuovo da Tampa a nord, quando sono stata assunta per la Conferenza Nazionale del Network per il Cancro. Un paio di anin dopo e CancerCare stava cercando il futuro presidente e CEO. Quando sono entrata e ho parlando con l'assemblea dei manager ho sentito subito che faceva per me. Ho detto loro che essere lì era come far parte di una setta, ma in un modo bello, non brutto. Ho impiegati che lavorano qui da 40 anni. Quando sono entrata nell'organizzazione il primo giorno ho chiesto ad una donna da quanto tempo stesse lavorando e ha risposto che erano solo 5 anni, una novizia. Per dirti quanto le persone qui amino il loro lavoro. C'è qualcosa di speciale nell'andare ogni giorno nello stesso posto con passione, testimone di aver cambiato la vita di molte persone.

Come ha cambiato CancerCare la tua visione del mondo?

Dal nulla, dopo aver cominciato come capo CancerCare, mi è stato diagnosticato il cancro. Ho realizzato dopo che, per assurdo, era stata una benedizione perché mi ha fatto capire che tutti quelli che serviamo vanno incontro alla stessa cosa e quindi ho apprezzato ancora di più tutto e tutti. Ho imparato che il cancro mi ha resa una persona migliore e un capo migliore, mi ha fatto apprezzare la vita e anche l'organizzazione ancora di più.

Noi promuoviamo la cura di se stessi, tu come ti prendi cura di te stessa nella caotica Manhattan e come trovi il tempo per te stessa a New York?

Bella domanda. Mi prendo cura di me stessa in diversi modi, perché il cancro mi ha insegnato ad apprezzare le piccole cose. Anche il solo andare a casa in Pennsylvania nei fine settimana, vedere in cane, sedere sul patio, ascoltare gli uccelli cinguettare, bere un caffè seduta in poltrona o un bicchiere di vino sul portico la sera, per me tutto questo è Nirvana. C'è gioia nelle mie piccole routine che mi fanno stare bene, questo è prendermi cura di me.

Può essere difficile trovare la speranza quando si sta male. Come trovi e come diffondi la speranza?

La speranza arriva in molti modi. Quasi tutti conosciamo qualcuno con il cancro, magari che ha perso la battaglia con la malattia o che ne abbia ancora i segni. La gente quantifica la speranza con "spero tu sopravviva" o "spero tu abbia una vita felice", ma la speranza è anche nelle cose piccole come sperare che la persona dall'altro lato del telefono capisca cosa stai passando, o che qualcuno ti dica "le diamo noi i soldi per i medicinali signora" o "la nostra compagnia le paga la benzina per le terapie" o cose simili. Questo è un tipo di speranza diverso quindi non c'è una definizione universale. A CancerCare la speranza sta in moltissime piccole cose.

Le nostre collaborazioni passate con CancerCare ci hanno sempre donato energia e ispirazione, ma avere la possibilità di sederci con Patricia per un caffè, conoscendo meglio chi ha dedicato la vita ad aiutare le persone affette dal cancro, ha contribuito ad aumentare la nostra passione. Siamo tornati a Los Angeles e non vediamo l'ora di aiutare ancora di più la missione di #SpreadHope, letteralmente "diffondere la speranza" dove serve di più, e speriamo che anche voi ne siate usciti ispirati.